Al termine della prima fase del Leica Talent 2014 sono stati selezionati 12 partecipanti – 3 per singola categoria
Travel Photography – Landscape Photography – Street Photography – Portrait Photography.

I fotografi selezionati hanno quindi partecipato a un workshop, a loro dedicato, svoltosi a Milano e tenuto da Massimo Mastrorillo.
Al termine delle due giornate di analisi dei portfolio e formazione, i partecipanti hanno avuto come compito lo sviluppo di un assignment dal titolo Home.

Due mesi di tempo – da 10 immagini a 30 – testo e didascalie.

Il confronto non è stato sulla qualità delle proprie singole immagini ma sulla capacità di sviluppare integralmente un progetto completo e confrontarsi con gli altri contendenti. Pur essendo tutti fotoamatori sono stati valutati per la capacità personale di rapportarsi al mondo del lavoro, presentando un progetto che potesse interessare il “capo redattore” Massimo Mastrorillo in funzione delle indicazioni da lui fornite ai partecipanti. Quindi, non solo belle fotografie ma un tema ampio, sviluppabile in modo differente a seconda delle personali attitudini.

E’ stato fin da subito chiaro a tutti che la fase finale sarebbe stata un’esperienza personale, non una sfida per poter vincere qualche premio.
Per questi ragazzi e ragazza è stato un percorso di crescita, terminato per i 5 migliori finalisti con un incontro a Milano con Franco Pagetti il quale ha avuto anche il piacere di invitarli a cena a casa sua e passare una splendida giornata con loro.

I MUST HAVE BEEN BLIND

Sono nato nella Valle del Sacco, un’area del Lazio meridionale che prende il nome dal fiume che l’attraversa. Già dal 1912 ha ospitato l’industria bellica che ha lavorato alla trasformazione delle armi convenzionali in armi chimiche. In seguito, con la sclerotizzazione del sistema agricolo e la crisi della Seconda Guerra Mondiale, la valle venne inserita nella categoria delle “aree depresse” dando il via ad un veloce processo di industrializzazione che se da una parte comportò un effettivo miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione, dall’altro compromise la naturale vocazione agricola della regione, fino al riconoscimento, nell’ultimo decennio dello stato di emergenza ambientale e sanitaria.

Anni di indagini hanno riconosciuto l’entrata in circolo nella catena alimentare di agenti tossici come il β-esaclorocicloesano, presente nel lindano, un potente insetticida impiegato in agricoltura sin dagli anni ’50 e vietato solo nel 2001. Ad oggi il Bacino del fiume Sacco è inserito nei SIN (Siti di bonifica di Interesse Nazionale), ma le operazioni di bonifica sono ferme.

Questo è il contesto di squilibrio ecologico che avevo programmato di raccontare, mostrando le alterazioni visibili di un microcosmo che presumevo di conoscere. Presto, però, mi sono sorpreso nel ritrovarmi smarrito in uno spazio che al mio sguardo si rappresentava come alieno: un luogo fuori dal tempo, fatto di pezzi di mondo sognati e dimenticati, dove anche le convinzioni sul rapporto uomo-ambiente sono state sovvertite dall’evidenza. Ogni indizio sugli effetti del sistema produttivo umano mi ha indirizzato su immagini che sembravano voler suggerire il riscatto di una natura che dell’uomo può farne a meno. La presenza umana è infatti esclusa. Fragile e disutile come le tracce che lascia.

Il progetto completo

L’editing di 10 immagini

Simone D’Angelo

Biografia

Sono nato ad Anagni nel 1978, ma vivo e lavoro a Roma, dove ho studiato allo IED conseguendo un Master in Web Design & Strategy. Fotografo con coscienza e da autodidatta dal 2008. Da ottobre 2014 seguo un corso specialistico in fotografia documentaria della LUZ Academy in collaborazione con l’Associazione Culturale 001 di Roma.

Qualche domanda

Come hai vissuto questo progetto di due mesi?

Ho avuto la fortuna di vivere la fase finale dell’esperienza Leica parallelamente ad un altro percorso didattico che avevo intrapreso da poco. Volevo superare alcune frustrazioni dovute all’aver legato la fotografia al solo bisogno di evasione, così ho deciso di raccontare il luogo dove sono nato e mi sono imposto delle costrizioni spaziali e temporali per costringermi ad uscire fuori dalle gabbie mentali in cui a volte ci si rinchiude. Ho messo da parte l’istinto e ho scoperto il piacere delle immagini ricercate con pazienza, ascoltate e respirate.

So When Did You Fall In Love With the Photography? – Quando hai capito di esserti innamorato della fotografia?

Ho iniziato ad avere un rapporto viscerale con la fotografia abbastanza tardi, più o meno quando ho scoperto di trovarla uno strumento utile per esprimermi. La macchina fotografica è un po’ la scala che ha permesso alla mia curiosità di scavalcare il muro della timidezza. Questa consapevolezza l’ho avuta durante il mio primo vero viaggio, più precisamente nel corso di un rito funebre a Tana Toraja in Indonesia. Ricordo che al termine del sacrificio dei bufali, mi resi conto, non senza stupore, di essere stato risucchiato nell’epicentro della scena quasi senza volerlo.

Qual è stato il fotografo che ti ha ispirato?

Non mi sono mai ispirato ad un fotografo particolare, almeno non volontariamente. Piuttosto credo di avere la mente colma di frammenti disordinati di immagini, prese anche dal cinema, che mescolati ai ricordi formano l’immaginario, piuttosto mutevole, che mi condiziona. Al di là dello stile, solitamente mi attirano quei fotografi che invidio, o perché mi pare di riconoscere in loro visioni così personali da considerarle intoccabili (penso ai giapponesi Moriyama e Fukase), oppure perché li associo a particolari momenti della Storia che mi affascinano come la Praga di Koudelka.

Qual’è stata l’immagine che ti ha cambiato?

Oggi direi le foto ricordo di Abu Graib.

A quale oggetto, legato alla fotografia, sei più affezionato?

Le scarpe.


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